LA FORMULA PENTAGRAMMATICA


Lo strumento per eccellenza nell’edificazione del tempio martinista è la Formula Pentagrammatica, in quanto non vi sarebbe opera martinista in sua assenza. (libro Mem del Sovrano Ordine Gnostico Martinista)

 

Ancora oggi, malgrado i decenni che sono trascorsi dall’emotiva polemica scatenata da Arturo Reghini, che ricordiamo era stato anch’egli martinista seppur di grado non troppo elevato, a cui è corrisposta una disorganizzata difesa del Sacchi, l’esatta comprensione del nome pentagrammatico pare sfuggire ai più, e drammaticamente spesso proprio a coloro che dovrebbero trovare in esso centralità e perenne motore della propria opera.

 

Per meglio introdurre l’argomento, e far comprendere come questo ha causato problemi anche in ambito martinista, riporto questo brano, illuminate attorno alla confusione profusa a piene mani sulle cinque lettere sacre, tratto da "Il Martinismo e la sua essenza" di Umberto Gorel Porciatti:”Per un particolare rispetto al buon volere del suo ideatore, il Martinismo italiano ha conservati intatti i simboli originari per quanto esso sia dominato non tanto dallo scopo di fare rivivere la tradizione quanto da quello ben più importante di «animare» la tradizione. È per questo che esso ha conservato anche quello costituito dal Sacro Tetragramma nel cui centro si è innestata la «scin» ebraica; non si è inteso con questo di avvalorare un errore glossologico che risale alla prima metà del 15° secolo, pare a Joannis Reuclin, quando scarsa era la conoscenza dell'ebraico (errore ribadito da Cornelio Agrippa, da Kircher ed altri molti), ma semplicemente per conservare l'allusione, anche se scorretta, della incarnazione del ternario (la scin è 21a lettera dell'alfabeto ebraico e vale 300) nel quaternario del Gran Nome, e su di ciò richiamare l'attenzione dell'Iniziando e portarlo al desiderio di approfondire la sconosciuta legge del settenario, legge che impera in modo stupefacente in tutti i campi della Vita”.

 

Per i profani al nostro Ordine, così come per i tanti associati svogliati, la formula pentagrammatica altro non è che l’inclusione della SCIN all’interno del nome tetragrammatico, e della valenza spirituale, magica, rituale che da questa nuova formula scaturisce. Si comprende che tale operazione alchemica e cabalistica, può aver suscitato in molti resistenze, e perplessità, ma va da se che sarebbe meglio interrogarsi non tanto sulla suscettibilità di certi nostri delicati fratelli, quanto piuttosto sul significato che questa Parola di Potere intende esprimere all’interno del nostro perimetro sacrale.

In quanto, è bene sottolinearlo, non vi può essere nessun reale avanzamento lungo il sentiero martinista, senza comprensione (prendere insieme, contenere in se) della reale estensione, intensità e natura di quella che nel Sovrano Ordine Gnostico Martinista correttamente chiamiamo Formula Pentagrammatica, e non nome Pentagrammatico onde non confondere l’ambito esoterico con quello religioso.

Già tale nostra denominazione suggerisce molto, forse anche troppo, su quanto simboleggia “l’irruzione della Scin” all’interno del Tetragrammaton. Certamente non è il nome del Cristo fattosi uomo, è necessario tralasciare questioni religiose, che non sono e non devono essere di nostra pertinenza e turbamento, ma sostanza della dimensione cabalistica, alchemica, ed operativa della vita del martinista.

È Formula, e tra breve vedremo il perché, la parola che meglio racchiude al meglio l’essenza di IOD HE SCIN VAU HE, e ciò grazie alla varietà di significati e sfumature che ben tratteggiano il pensiero che noi riserviamo a queste sacre cinque lettere. Ecco quindi i significati della parola formula:

 

1. Essa indica gli ingredienti che determinano un composto. Ebbene questo sono le cinque lettere, in quanto, e lo vedremo, indicano gli elementi formanti la manifestazione, e fra essi uno che è unica cagione di trasmutazione.

 

2. La formula è una frase di rito, che viene pronunciata durante momenti solenni. Evidentemente ogni vero martinista sa, o dovrebbe sapere con sua buona pace, che il rituale giornaliero, così come ogni nostro altro rituale individuale e collettivo, è volto a fondare un Tempio Divino. Chi non si riconosce in tale prospettiva è nel migliore dei casi un martinista solo in apparenza, deprivato completamente della funzione sacrale e magico operativo. Nel peggiore dei casi il solito collezionista di iniziazioni e patacche.

 

3. Al contempo la formula è un insieme di segni e simboli di uso convenzionale, che tramite l’interpretazione di colui che sa leggerli forniscono utili informazioni in merito agli elementi, e alle loro relazioni. Ognuno dei nostri associati sa o dovrebbe sapere quali corrispondenze sono da ricercarsi in queste cinque lettere, e in cagione della propria maestria applicarle al bisogno e al momento.

 

4. Infine la formula è un’espressione simbolica che sottintende delle operazioni, attraverso le quali è possibile, dati elementi certi e conosciuti, giungere a dei risultati. E come non cogliere ancora l’evidenza di questo enunciato con la formula pentagrammatica e le operazioni che essa allude, e suggerisce tramite la forma, il suono, e la permutazione?

 

Ecco quindi che già da questa breve introduzione voglio sottendere come l’introduzione della Scin deve essere compresa come quell’elemento vivificante di transizione fra una forma precedente e una in divenire. È l’indicazione dell’Opera da compiere, ma è anche strumento di tale Opera, ed infine è l’Operatore stesso, in quanto nel suo sviluppo essa tutto investe e raccoglie in se. Ecco quindi che il senso profondo della Formula Pentagrammatica va intuito più nel silenzio dell’Opera, che con l’occhio della mente e della dialettica

È infatti al termine di ogni lavoro, assolto dal nostro iniziato, che IOD HE SCIN VAU HE trova collocazione, a voler indicare che tutto quanto è in sua ragione preparatorio. Essa è l’architrave che regna sull’intero Tempio Martinista, e la corona di cui si deve cingere l’iniziato.

Il rito giornaliero, ed ognuna delle sue articolazioni e completamenti, così come da noi è in uso, in essa trova finalizzazione ed esaltazione. Identicamente i riti di loggia prevedono che il filosofo la pronunci con vigore e maestria, e quanta tristezza quando la troviamo decaduta a mero orpello dialettico, quasi si fosse in presenza di dilettantesche recite, prive di arte, di passione, di intelletto. Andrebbe ricordato che è con essa, con il simbolo (yantra) e la vibrazione della parola di potere (mantra) che il Filosofo irradia la luce che fende le tenebre della separazione. È con la sua forza, sorretta dall'amore e indirizzata dall'intelletto, che viene plasmata la materia bruta di cui siamo composti, rimosso l’eccedente, e riportato a vita pulsante il nostro Essere primitivo e caduto.

Il martinista, di ogni Ordine e Grado, non si ricorda forse che a tale suono è associato il suo accoglimento nella nostra operosa fratellanza?

Non sono sufficienti queste semplici osservazioni per suggerire in ognuno di noi uno studio costante, e una passione intensa, verso di essa? Purtroppo quanto più qualcosa è posto in evidenza, tanto più viene dimenticato e considerato immeritevole di attenzione. Spesso accade di confondere la forma per la sostanza, e si perde di vista ciò che realmente è fonte di senso e significato. Così presi tanti fratelli dietro ai rituali, per dimenticarsi da cosa questi traggono vita ed intelletto.

“Ciascuno vede ciò che si porta nel cuore”.ebbe a dire Goethe, che sicuramente molto sapeva sui simboli. Così ognuno di noi, in virtù dell’amore e del genio personale, intravede nel simbolo centrale del martinismo un qualche significato, alcuni nessuno. L’aforisma utilizzato vorrebbe però suggerire, valevole per la formula pentagrammatica così come nella comprensione di ogni simbolo, che è necessario andare ben oltre lo studio, spesso svogliato, e piatto di quanto appare (forma), e procedere tramite la via del cuore, della pratica reale, per permettere alla Formula di fiorire, e sviluppare la propria azione trasmutativa.

Se tale lettura è sovente difficoltosa per colui che giornalmente interagisce, o dovrebbe farlo, con essa, posso immaginare il malevolo profano completamente arido nel cuore che non comprendendone i misteri e la genesi, finisce col riversare sugli altri la propria ottusa cecità: accusando a destra e a manca di superstizione, ignoranza e incapacità.

Comportamento spesso riscontrabile in certi mediocri epigoni di maestri reali o presunti, che hanno impegnato la propria vita a giudicare tutto fuorché se stessi, condannandosi spesso a curiose giravolte, consone più di una sala da ballo che non di un ambiente iniziatico. È fra gli altri il caso di R. Guénon che finché era martinista trovò conforto e prestigio nel trattare della formula pentagrammatica, salvo poi ricredersi su essa una volta allontanato dall’Ordine. Riportiamo qui un suo breve studio inserito all'interno di un lavoro più ampio dedicato ai numeri.

“Se il centro della croce è considerato come il punto di partenza delle quattro braccia, esso rappresenta l’Unità primordiale; se invece lo si considera come il loro punto di intersezione, non rappresenta che l’equilibrio, riflesso di questa Unità. In questo secondo significato, è designato cabalisticamente mediante la lettera scin, la quale posta al centro del tetragramma הוהי, le cui quattro lettere figurano sulle quattro braccia della croce, forma il nome pentagrammatico הושהי, sul significato del quale non insisteremo qui, non avendo voluto che segnalare questo dato di sfuggita. Le cinque lettere del Pentagramma si pongono alle cinque punte della Stella Fiammeggiante, figurazione del Quinario, che simboleggia più particolarmente il Microcosmo o l’uomo individuale. La ragione di questo è la seguente: se si considera il Quaternario come l’Emanazione o la manifestazione totale del Verbo, ogni essere emanato, sottomultiplo di questa emanazione, sarà ugualmente caratterizzato dal numero quattro; esso diventerà un essere individuale nella misura in cui si distinguerà dall’Unità o dal centro emanatore, e abbiamo appena visto che questa distinzione del Quaternario dall’Unità è precisamente l’origine del Quinario. “

(Guénon Osservazioni sulla Produzione dei Numeri. . Pubblicato in La Gnose, giugno-luglio-agosto 1910 con lo pseudonimo Palingenius, inserito nella raccolta postuma René Guénon, Melanges (Gallimard, 1976).

 

Terminato il breve preambolo attorno alla necessità di prendere in noi il reale significato della formula pentagrammatica, e di suggerire attenzione ai suoi detrattori, è bene affrontare, per quanto possibile, alcuni suoi significati. L’evidente centralità della Schin è resa distinguibile dal colore rosso, che trova contrasto nel nero delle altre quattro lettere. Visto che niente nelle strutturazioni rituali ed operative è lasciato al caso, o almeno così dovrebbe essere, è lecita aspettativa che ci si interroghi su tale artificio. Purtroppo per esperienza devo ammettere che è sempre meglio non riversare particolari aspettative di curiosità e di studio nei nostri affiliati, spesso storditi oltre ogni misura dal clangore del mondo, e dalle sue suggestioni. Il rosso dona vitalità, è il colore del fuoco e del suo famelico dinamismo. Il fuoco è fonte di vita, ma anche ditrasformazione in quanto è grazie alle sue fiamme che gli elementi mutano di stato.

Indubbiamente siamo innanzi, come si indicava nelle prime frasi di questo lavoro, ad un’irruzione, ad un rompere una precedente continuità ed identità. Ciò dà vita ad un prima ed ad un dopo (temporali), così come ad una nuova forma, ma al contempo ad una nuova sostanza. In quanto è formalmente evidente che non siamo più innanzi al precedente yantra, così è altrettanto evidente che non siamo più innanzi all’iniziale mantra. Qualcosa è avvenuto, e questo qualcosa è appunto il dinamismo trasmutativo ad opera di un’agente “esterno” che tutto modifica: la Scin.

Forma, Nome, Tempo le tre grandi illusioni che avvolgono l’uomo, i tre grandi misteri che la formula pentagrammatica raccoglie, e permette di svelare.

Ecco quindi che ciò che deve attirare prima l’attenzione del ricercatore, e poi fissarne l’intelletto, non è tanto quanto di pietrificato esso vede, ma il “movimento” che è stato necessario per passare dall’una all’altra formula, e quanto si viene a determinare. Qualcuno potrebbe sostenere che trattasi di “violenza”, di esperimenti, o quant’altro. Ciò che però sfugge è che tale movimento non è apparso in modo accidentale e sgrammaticato nella mente dei martinisti, ma prossimamente vedremo che è giunto da lontano attraverso l’alchimia tedesca, la cabala cristiana, ed affonda le proprie radici nello gnosticismo alessandrino. È questa la genesi della Formula Pentagrammatica, e chiedo quale tradizione dei detrattori, e degli ignoranti, può vantare simile millenaria certezza tradizionale?

 

Ecco quindi che le cinque sacre lettere compaiano nell’opera di Heinrich Khunrath. Alchimista nato a Lipsia nell'anno 1560, di famiglia benestante studiò medicina, nell'università di Lipsia e in quella di Basilea, laureandosi nel 1588. Esercitò la professione medica ad Amburgo e a Dresda, dove morì il 9 settembre 1605. Fu fedele allievo di Paracelso, apprendendo oltre all'arte della medicina anche i rudimenti di cabala, alchimia, e misticismo. La sua più famosa opera fu l'Amphitheatrum sapientiae aeternae, (1595) un testo di alchimia e di cabala cristiana, scritto nel 1595, che venne condannato dall'università parigina della Sorbona nel 1625 come contrario alla scienza medica. Heinrich Khunrath era un convinto assertore dell'alchimia spirituale, e riteneva che l'uomo potesse ricongiungersi a Dio tramite la preghiera, la meditazione, le purificazioni, e l'utilizzo dei nomi divini. Ai fini dei nostri studi attorno alle origini del martinismo, e della formula pentagrammatica, riportiamo in apertura di questo breve ed incompleto lavoro il Pentacolo utilizzato da Heinrich Khunrath, dove compare la IOD HE SCIN VAU HE, come elemento centrale dell'Opera di Alchimia Spirituale perseguita dal seguace di Paracelso.

Possiamo trovare menzione della Formula Pentagrammatica in questi estratti da testi di Cabala Cristiana ad opera di Pico della Mirandola e Francesco Giorgi, sicuramente due figure che non possono certo essere tacciate di rozzezza e mancanza di acume.

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Ancora come poterci scordare della menzione grafica riservata alla Formula Pentagrammatica da J. Bohme, che sappiamo quanto ha ispirato il Filosofo Incognito e quanto quest’ultimo ha riversato nelle sue opere della scienza del grande mistico luterano. È il fuoco dell’Amore divino, è il fuoco del Cristo Interiore quello che arde nel cuore Tetragrammatico di Bohme, e che viene trasmesso durante l’iniziazione martinista.

 

 

Concludo questa parziale esposizione storica della Formula Pentagrammatica, ricordando colui che passerà alla storia dell'esoterismo come l'Abate Julio. Al secolo Julien Ernest Houssay, nacque nel 1844 a CossÈ-le-Vivien in Bretagna.

Di umili origini, il padre era operaio, entra nel seminario cattolico dove dimostra immediatamente una naturale inclinazione allo studio del latino e delle sacre scritture. Le origini modeste gli avrebbero riservato un percorso di curato di campagna, ed infatti è nominato vicario ad Juvignè, ed in seguito viene trasferito a Javron, ma il fato aveva disposto diversamente. Allo scoppio della guerra nel 1870 è cappellano militare al seguito del generale Cathelineau. A fine della guerra, e dopo un periodo passato in ospedale a causa di una grave malattia, viene avanzato a vicario della chiesa di Saint Joseph in Parigi. Frequentando la dinamica capitale inizia a maturare un profondo dissenso e travaglio personale nei confronti della decadenza della Chiesa, e dei suoi superiori molto più intenti a gestire questioni politiche ed economiche piuttosto che a tutelare i deboli. Questa sua visione lo porta nel 1885 a rompere con la Chiesa di Roma ed entrare nella Chiesa Gallicana (La Chiesa Gallicana è una chiesa francese che è stata fondata da un ex prete cattolico romano, Hyacinthe Loyson. Essa riconosce al Papa un primato Onorifico, ma la sua organizzazione è strettamente territoriale ed autonoma). Nell'ambito della Chiesa Gallicana l'Abate Julio conosce Jean Sempè, grande veggente, mistico e guaritore, che alla morte, 1892, gli trasmette i suoi poteri. Da questo momento diviene l'Abate Julio. I suoi contemporanei ci narrano come avesse la facoltà di alleviare gli animi, curare, e consolare i malati. Utilizzava la preghiera, i talismani, e la liturgia, per ottenere l’assistenza degli Spiriti Buoni, degli Angeli e della Trinità per liberare dal male fisico e spirituale.

Nel 1904 viene consacrato vescovo, continuando ad esercitare il magistero religioso e terapeutico. Troverà pace e riposo su questa terra nel 1912 a Ginevra.

 

Quanto sopra esposto dovrebbe essere sufficiente a far comprendere, anche al più riottoso e testardo dei nostri fratelli, come la Formula Pentagrammatica è alla base del martinismo, ed in assenza di essa il nostro sarebbe solamente un gruppo di studiosi di scienze esoteriche, o di sfaccendati con pruriti spirituali. Purtroppo l’esperienza maturata sul campo mi porta a considerare come tutto ciò, per taluni, è assolutamente irrilevante, in quanto ritengono che quanto caratterizza sia in realtà un elemento di separazione: Un ostacolo verso una fantomatica unificazione di tutto gli iniziati. Ovviamente tale distopica idea, l’unione è a posteriori di un percorso di trascendenza e giammai a priori, risente dello spirito dei tempi, e del relativismo che imperversa in numerose realtà pseudo iniziatiche, dove la dialettica ha sostituito l’opera.

 

Per aiutare questi fratelli che sembrano ancora non comprendere come la formula pentagrammatica è la radice del martinismo, e non un vezzo od un orpello papussiano, riporto integralmente un passo di Louis Claude de Saint-Martin tratto dal libro “DES NOMBRES”

 

 

§ XL – Complément du grand nom. La loi et l'élection des Juifs ont été dirigées par le grand nom divin composé de 4 lettres et ces lettres sont toutes des voyelles. Or, les voyelles ne sont que l'expression des sensations. Voilà pourquoi la loi des Hébreux fut toute sensible, et pourquoi le peuple fut si souvent sans intelligence et d'une tête dure. Cependant ce grand nom était composé de quatre lettres parce qu'il était tout spirituel divin et qu'il influait sur le sensible méta-physique et moral, et non sur le sensible matériel qui a ses agents particuliers. Mais lorsque le temps de l'intelligence arriva, alors une lettre puissante descendit et vint s'incorporer au grand nom pour en compléter le prix et la valeur. Cette lettre porte 21 dans les alphabets elle est triple dans sa forme. On pourrait même lui trouver une sorte de ressemblance avec une langue et sentir pourquoi l'Esprit-Saint descendit comme en forme de langue de feu sur les apôtres. Elle est sifflante. Aussi se fit-il alors un grand bruit comme d'un vent violent et impétueux qui venait du ciel. Voilà bien des caractères qui la rendent importante. Le nombre 21 divisible par 3, offre les trois actions spirituelles universelles. La forme ternaire de la lettre présente les trois unités éternelles. Elle est sifflante comme ROUACH ou l'esprit. Elle est donc venue joindre l'intelligence supérieure à la loi sensible dont avait joui les Hébreux, et par elle a fait le complément de toutes choses et elle a tout spiritualisé, parce que soit qu'on la considère comme 21, soit qu'on la considère comme 3, elle a manifesté pleinement la puissance septenaire en s'unissant doublement au quartenaire.

 

 Traduzione:

 

 La legge e l'elezione degli ebrei erano governate per mezzo del grande nome di Dio composto da quattro lettere, e queste lettere sono tutte le vocali. Ma le vocali sono solo l'espressione dei sentimenti. Ecco perché la legge degli Ebrei era tutta sensibile, e perché le persone erano sovente senza intelligenza, e di testa dura. Tuttavia questo grande nome era composto da quattro lettere perché era tutto spirituale divino e influenzava l’aspetto sensibile e morale del metafisico, e non il sensibile materiale che ha i suoi specifici agenti. Ma quando venne il momento dell’intellegenza, un potente lettera è discesa per incorporarsi nel grande nome, completandone sostanza e valore. Questa lettera è la 21° dell’alfabeto, ed è tripla nella forma . Potremmo trovare una sorta di somiglianza con una lingua, e comprendere perché lo Spirito Santo scese come lingua a forma di di fuoco sugli apostoli.  Essa è sibilante; perciò, si fece allora un gran rombo come di un vento violento ed impetuoso che veniva dal cielo (cfr. Atti 2: 1-3). Esistono molte caratteristiche che la rendono importante. Il numero 21 è divisibile per 3, dispone di tre azioni spirituali universali. Forma ternaria della lettera presenta le tre unità eterne. È il respiro sibilante come Rouach o spirito. Così lei è venuta per unire l’intelligenza superiore alla legge sensibile di cui avevano beneficiato gli Ebrei, e quindi ha determinato ilcomplemento di tutte le cose e ha tutto spiritualizzato. Perché sia considerata come 21, o sia considerata 3, essa manifesta pienamente il potere settenario unendosi doppiamente al quaternario. Dopo la lettura di questo estratto del pensiero del Filosofo Incognito, ritengo conclusa ogni questione attorno al significato e centralità della Scin, e quindi della Formula Pentagrammatica, all’interno dei rituali e della docetica martinista. La Scin rappresenta il completamento del Nome Divino, il quale in sua assenza non sarebbe tale, e non permetterebbe ai suoi adepti di procedere lungo la via della rettificazione/reintegrazione/trascendenza.

 

Seppur possiamo mostrare compassione vero i profani che hanno livore verso questa nostra radice, non possiamo che chiederci se quei fratelli ottusi, nei confronti di quanto sopra esposto hanno ben compreso la natura spirituale del martinismo. In appendice, senza sviluppare eccessivamente tale pensiero, mi permetto di far notare come uno dei significati attribuiti alla lettera SCIN è שינוי cambiamento. La sua inclusione all’interno della Formula Tetragrammatica porta un cambiamento sul piano del dispiegamento polare della manifestazione: la spiritualizzazione degli elementi che compongono il nostro piano di azione. In conclusione affermiamo che la Formula Pentagrammatica rappresenti si questo piano la manifestazione filosofica e alchemica dell’Essere Ineffabile. Essa non ne svela la natura, la quale è incomprensibile all’uomo, ma è indispensabile viatico di trasmutazione integrale. L’unico in grado di liberare l’uomo dalla propria condizione di asservimento illico e di ottenebramento psichico; rendendo pura (attraverso le triplici lingue del fuoco) la sua natura spirituale.

 

 

SEZIONE "CULTO DIVINO"