PLEROMA


«Il salvatore mi ha rivelato ciò che l’anima deve dire quando risale al cielo e come deve rispondere a ciascuno dei poteri supremi: ho conosciuto me stessa e ho raccolto le mie membra disperse; non ho seminato una procreazione per l’Arconte ma ho strappato le sue radici.  So chi tu sei: perché sono di quelli che vengono dall’alto.» (Tratto da un antico codice gnostico)

 

Quanto fino ad adesso abbiamo avuto modo di esporre, questo travaglio epico che si snoda dalla caduta della Sophia, passando per la creazione di questo mondo e giungendo alla camera nuziale celeste, è il propedeutico calvario spirituale atto a preparare lo gnostico al grande ritorno: l’ascensione verso il Pleroma.

È lo gnosticismo un doppio movimento: una catabasi involontaria del pneuma nelle grossolane regioni della materia, e un’anabasi di quei pochi che sono riusciti a cogliere la verità dietro le illusioni di questo mondo. Un processo che conduce, durante la caduta, ad avvilupparsi in strati, o se preferiamo stati dell’essere, psichici e ilici (anima e materia) che intorpidiscono e imprigionano quell’unico elemento irripetibile che è il pneuma, e susseguentemente alla comprensione della vera natura che nell’uomo gnostico dimora, a spogliarsi tramite la sofferenza che conduce alla verità.

Questo processo è menzionato in ogni comunità, scuola o chiesa gnostica, ma i mezzi con cui tendere a tale liberatorio risultato sono difformi in ognuna di esse, in guisa della particolare sensibilità. Abbiamo l’estasi filosofica, la condotta di vita improntata alla rinuncia, il consapevole asservimento alle cose di questo mondo, la pratica della teurgia e la somministrazione di sacramenti; ognuna di queste visioni di redenzione e salvezza trovava minimo comun denominatore nella Gnosi: in questa conoscenza che è singolare evento, capace di far coincidere la liberazione dell’uomo con il collasso del cosmo.

Un cosmo che come sappiamo, non solo è nato dall’errore, ma trova fondamento nella volontà e nell’intelligenza demiurgica protesa a imbrigliare il pneuma attraverso la ciclicità del tempo e la fattura di forme, di vasi, ove raccoglierlo; il ciclo delle rinascite, la metempsicosi, è anch’esso un meccanismo volto non alla liberazione dello spirito, ma alla sua prigionia all’interno di un quadro naturale ostile, malevolo ed ingannatore.

L’anelito del ritorno alla casa del Padre assume quindi una duplice natura, rappresentata dalla volontà di tornare alla patria nativa e non essere più costretti a vagare in terra straniera, ma anche di sfuggire ad una ciclica sorte di cibo per potenze astute ed ingannatrici. Interessante notare come su questo paradigma siano fondati molti movimenti esoterici neognostici, che ripropongono in chiave di psicologia esoterica il dominio di io-demoni sulla mente dell’uomo e lo costringono a porre in essere azioni o pensieri adatti al loro nutrimento attraverso l’assimilazione di emozioni, energie e quanto altro prodotto.

Fino a quando il pneuma è prigioniero nel corpo, esso è vincolato ed ogni fuga è impossibile; lo gnostico, che vince il dolore per la propria condizione, si impegna ad acquisire la gnosis in grado di permettere all’anima di intraprendere con successo il viaggio astrale; in mancanza della gnosis, l’anima si troverebbe in balia delle potenze arcontiche che dominano lo spazio (la terra e i pianeti), ed il tempo, entrambi loro manifestazione e illusione. La Gnosi che sancirà il definitivo ed auspicabile trionfo dello Spirito sulla materia, non determinerà l’annullamento dell’uomo gnostico in un dissolvente amplesso con l’Uno o il Nous, ma lo condurrà a sedersi fra le schiere degli Eoni nel Pleroma. Lo stesso rito del Nymphon ci rimanda a tale visione: dove l’anima gnostica si unisce, in matrimonio, con un Eone.

 

«Dal centro della terra attraverso la settima porta mi sono innalzato, e sul trono di Saturno mi sono seduto, e molti nodi ho sciolto lungo il cammino; ma non il nodo maestro del destino umano. C’era una porta per la quale non ho trovato chiave; c’era un velo attraverso il quale non potevo vedere; c’eran momenti di vero discorso tra me e te, e poi non più né te né me " (Ruba’is, 31-32)

 

Il mito gnostico dell’ascesa dell’anima, del gran ritorno nella casa del Padre, trova convergenza sia con gli eroici miti greci, sia con il viaggio egizio dell’anima; ciò a riprova della comune matrice solare di queste tre grandi correnti iniziatiche.

L’eroe greco è colui che, nato uomo, attraverso innumerevoli prove conquista il proprio posto fra le divinità dell’Olimpo, in quanto riconosciuto dagli dei come loro pari in virtù del superamento delle fatiche; Il viaggio dell’anima egizia nell’oltretomba trova massima espressione nei vari incantesimi per superare le potenze inferine presso il tribunale presieduto dalla dea Maat e durante la pesatura del cuore, ove l’iniziato deve dare sia prova della conoscenza delle arti iniziatiche, sia testimonianza della sua vita terrena appena conclusa; il defunto egizio veniva posto nel sarcofago assieme ad una serie di rotoli contenenti gli incantesimi necessari per superare i guardiani dell’Oltretomba, in una fortissima analogia con le formule per infrangere i sigilli degli Arconti.

 

Tratte da formulari ofiti:

a) «Io, essendo una parola del puro Nous, opera perfetta per il figlio e il padre, in possesso di un simbolo impresso col carattere della vita, apro la porta del mondo che tu hai chiuso col tuo Eone, e passo attraverso il tuo potere di nuovo libero. Possa la grazia essere con me, sì, Padre, che sia con me.»

b) «Arconte del quinto potere, governatore Sabaoth, avvocato della legge della tua creazione, ora disfatta da una grazia che è più possente del tuo quintuplice potere, osserva il simbolo inespugnabile da parte della tua arte e lasciami passare oltre.»

 

Tratte dal Libro Egiziano dei Morti:

a) «Io sono il Dio Leone, che proviene dall’Arco che ha saettato. Egli è l’Occhio di Horo, e l’Occhio di Horo è aperto, al momento in cui giunge l’Osiride...»

 

b) «O Ureo! Principio solare! L’Osiride, con una testa di Fuoco, splende e schiude l’eternità: gli stendardi di Tenpua, gli stendardi dei fiori in boccio. Allontanati dall’Osiride, poiché egli è la divina Lince.»

 

La coincidenza escatologica e cosmogonica fra l’universo gnostico e quello egizio risulta evidente attraverso una lettura comparata dei due testi suddetti e de “La Gnosi e il Mondo”, ma non essendo questa la sede per una simile disquisizione rimando a tali indicazioni.

L’anima gnostica anela a tornare al Pleroma, il regno attorno al Padre dove aveva dimora prima della caduta pneumatica, ma tale desiderio è frustrato da quelle potenze che risiedono nello spazio intermedio posto fra i due limiti estremi della manifestazione, e che la mitologia gnostica ha voluto indicare come i reggenti dei pianeti. Non possiamo esimerci dal chiederci quanto di tali immagini abbia influito nel dare forma e contenuto a tante branche dell’occultismo e dell’esoterismo, anche moderno.

È grazie alla gnosi che l’anima (veicolo) ha la possibilità di compiere questo periglioso ed incerto viaggio, dove gli Arconti dai terribili poteri e dalle mostruose e stravolte sembianze, attendono al varco, ognuno nella propria dominazione che deve essere espugnata e superata per procedere oltre. La vita terrena dello gnostico è quindi finalizzata alla trasmissione/ricevimento (Tradizione) della gnosi da maestro ad adepto, che si traduceva nell’apprendimento delle formule magiche e dei simboli in grado di rompere il sigillo (potere) degli Arconti, disposti sul trono dei sette cieli/pianeti, attorno alla terra. Se questo è l’aspetto formale della gnosi, l’insegnamento, nondimeno, e sicuramente con maggior importanza, abbiamo l’aspetto sostanziale della medesima. Il quale si connatura in un sovvertimento psicologico dell’uomo-gnostico che lo conduce a vedere oltre il velo delle apparenze fenomeniche la realtà filosofica delle cose tutte ed orientare quindi la propria esistenza (si potrebbe definire tutto ciò una nuova etica) a chiudersi ermeticamente nei confronti delle potenze di questo mondo e a coltivare, o costruire se preferite, quei semi di pneuma che il Protogenitore ha depositato in lui.

Ecco quindi che i miti, e quanto in essi raccolto, non rivestono nella visione gnostica un mero significato intellettuale o letterale; al contrario, attraverso un lavoro intimo, dallo strato conscio essi filtravano in quello inconscio, forgiando così l’anima a ricevere la verità super sostanziale e a prepararsi al confronto con gli Arconti.

Il viaggio dell’anima gnostica fra i cieli è un viaggio nel terrore, nell’illusione, e solo in virtù dei simboli e delle parole di potere potrà aprirsi un varco fra le potenze dell’ignoranza; al fallimento segue il suo precipitare nuovamente nel mondo inferiore, aggiungendo angoscia ad angoscia, in cagione della residua rimembranza del fallito tentativo. Lo gnosticismo può essere anche letto in chiave della perduta memoria di ciò che eravamo, di ciò che siamo e di ciò che torneremo ad essere. Una memoria frammentata, come uno specchio caduto, che comunque conserva dei riflessi, e tramite di essi l’uomo-gnostico trova alternativamente sprone nella sua ascesa e nostalgia malinconica nella sua stasi.

Fino a quando l’anima non riuscirà a liberarsi della propria condizione di prigionia e di alimento per gli Arconti, essa vagherà da corpo a corpo, aumentando così il proprio fardello di «dolore». L’apice della drammaticità nell’ascesa dell’anima verso la propria condizione regale precosmica viene raggiunto nella gnosi valentiniana, dove il ritorno al Pleroma comporta una tragedia cosmica; in tale speculazione la manifestazione, privata del pneuma, lentamente ma inesorabilmente tende a morire per consunzione, come un fiume che perdendo progressivamente la portata dell’acqua si inaridisce fino a scomparire.

In alcune manifestazioni di tardo gnosticismo, come le comunità catare, notiamo invece una cosmogonia ciclica della caduta/ascesa/caduta dettata da un rigidissimo dualismo che richiama i sistemi gnostici del modello iranico, dove ad una divinità di luce si contrapponeva una divinità di pura tenebra, ed entrambe erano in perenne lotta; da tale conflitto si dipanava la manifestazione e il suo divenire, dove l’uomo rappresentava il terminale punto di lacerazione di questo conflitto divino.

Lontano dall’essere, ieri come oggi, una mera speculazione dialettica o arabesco di menti sofisticate, lo gnosticismo ha rappresentato un esteso scrigno di gemme iniziatiche dove non erano estranee operatività a carattere occulto. Attraverso i simboli, studiati in vita e vivificati nella carne, nella mente e nell’anima, lo gnostico cerca di assimilare quel contenuto coscienziale che vi è racchiuso e di divenire con essi cosa unica, attraverso un riadattamento costante verso l’ideale da essi rappresentato; le parole di potere da proferire durante l’incontro con gli Arconti, in quanto manifestazioni del Logos divino, altro non rappresentano che vere e proprie operazioni teurgiche, come infine la magia sui morenti, compiuta dai sacerdoti gnostici per agevolare il distacco dell’anima e impedirne il ritorno. Sono quindi i simboli, le parole di potere e la magia, il vero cuore pulsante dell’iniziazione gnostica, mentre le ardite mitologie e le ampie dissertazioni sulla manifestazione, rappresentano la giusta cornice, il paradigma in cui agire nonché la necessaria soglia di sbarramento per il debole che confonde il riverbero della luce sulla neve con il sole: la vita dello gnostico è spesa nello studio di se stesso e della manifestazione, dando nuovo significato alla fenomenologia dello Spirito.

Ma quale direzione deve prendere il passo dello gnostico? Questo volgere lo sguardo al cielo e liberarsi così del potere ipnotico e seducente della manifestazione, è veramente il viatico verso cui tendere il cammino e l’essere tutto? L’uomo-gnostico deve costruire una scala verso il cielo, dalla Terra alla Luna e dalla Luna a Marte? Oppure vi è altro? Queste domande trovano degno compimento nei seguenti brani del Vangelo di Tomaso e del Vangelo di Maria:

[3] Gesù disse: «Se coloro che vi guidano vi dicono: Ecco il Regno (di Dio) è in cielo! Allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: È nel mare! allora i pesci del mare vi precederanno. Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive. Ma se non vi conoscerete, allora dimorerete nella povertà, e sarete la povertà.» (Vangelo di Tomaso)

 

Non è attraverso la sapienza di questo mondo, popolare o religiosa o istituzionale, che lo gnostico ovvero l’uomo che crede nella conoscenza che salva, potrà trovare il Padre vivente; tale congiungimento potrà avvenire solamente nel momento in cui l’uomo conoscerà se stesso, intuendo la propria natura non carnale, non effimera, non contingente e non influenzata da quanto è fallace e caduco: conoscendo se stesso, conoscerà il Padre.

È nelle profondità del suo essere, avviluppato e soffocato da anima e carnalità, che giace l’uomo interiore, che conserva la memoria profonda e che è in attesa di risveglio, il quale può anche essere visto, questo intimistico mito, come la finale estensione dell’arcata di movimento del pendolo, che oscilla da un polo completamente ilico ad un polo completamente spirituale, dove la conoscenza rappresenta il divenire stesso, l’elemento dinamico.

Questo possiamo dedurre dal seguente passo del Vangelo di Maria:

«... la materia sarà distrutta, oppure no?» Il Salvatore disse: «Tutte le nature, tutte le formazioni, tutte le creazioni sussistono l’una nell’altra e l’una con l’altra, e saranno nuovamente dissolte nelle proprie radici. Poiché la natura della materia si dissolve soltanto nelle (radici) della sua natura. Chi ha orecchie da intendere, intenda.» (Vangelo di Maria.)

 

Ecco quindi come il viaggio dell’Anima verso il Pleroma è in realtà un viaggio all’interno dei nostri mondi intimi, e solo riassorbendoli nelle loro radici (la sfera fenomenologica ricollocata in quella ontologica) sarà possibile porre fine all’eterno ciclo del cosmo e del tempo; troviamo in questo passaggio, espressione di una filosofia e di una spiritualità mediterranea, un profondo eco che ci rimanda a scritti orientali attorno a ciò che è reale e ciò che è irreale e al contempo ci riconduce a quel fenomeno tardivo rispetto allo gnosticismo che è la Cabbala con la sua articolazione sephirotica.

Il processo gnoseologico, che si traduce attraverso l’immagine dello gnostico che torna alla dimora del Padre Vivente, è un processo che priva il cosmo demiurgico, il dispiegamento polare della manifestazione, di quell’elemento unico ed irriproducibile che è il pneuma: lo spirito. L’intera manifestazione, in assenza di esso, come un palloncino privato del gas che lo sorregge e lo forma, collassa su stessa e viene riassorbita nelle radici superiori da cui è espressa.

 

«Le anime nella trasmigrazione di corpo in corpo devono passare attraverso ogni genere di vita e ogni tipo di azioni, a meno che qualcuno non abbia già compiuto tutto in una sola venuta... Secondo i loro scritti, le anime prima di partire dal corpo devono aver provato ogni modo di vita e non devono aver lasciato residuo di sorta da compiere: altrimenti devono essere mandate di nuovo in un altro corpo perché qualche cosa manca ancora alla loro libertà. Gesù ha indicato ciò con le parole: '...Ti dico che tu non uscirai di là, finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo' ("Luca" 12, 59)... Ciò significa che egli non potrà essere liberato dal potere degli angeli che hanno fatto il mondo, ma dovrà sempre reincarnarsi finché non abbia compiuto tutte le azioni che ci sono nel mondo, e soltanto quando non ci sia più niente da compiere sarà libero di giungere a quel Dio che è al di sopra degli angeli creatori del mondo. Così le anime sono liberate e salvate... dopo che hanno pagato il loro debito e reso il dovuto» (Iren. I, 25, 4; confronta Eus., "Hist. eccl." IV, 7).

 

SEZIONE "GNOSTICISMO"