IL CAMMINO INIZIATICO 

V.M.A Iperion

 

In questo particolare momento storico, quando molti valori sembrano essere ormai relegati ad un passato più o meno remoto, quando la noia e l’apatia per una vita preconfezionata e appiattita è da molti considerata “normale”, quando l’apparire prevale sull’essere, c’è comunque una ristretta cerchia di uomini e donne che avverte la presenza di una voce interiore, spesso impercettibile all’esterno, al cui richiamo cerca di dare una risposta, cerca di non lasciare la face sotto il moggio, cerca di mutare delle forme in corpi nuovi, così come ce la racconta Ovidio nell’incipit delle Metamorfosi.

L’iniziazione presuppone sempre un cambiamento, un mutamento, in funzione del quale può distinguersi un “prima” e un “dopo”, è una metamorfosi che comporta l’accettazione da parte dell’individuo di una nuova, completa identità con il conseguente abbandono definitivo del proprio inadeguato vecchio “io”. Motivo per cui, tradizionalmente, si acquisisce un nuovo nome, il nomen per l’appunto, con cui si è conosciuti all’interno del nuovo contesto iniziatico. Capisco che questo sia di difficile comprensione per chi è estraneo a tali contesti o, peggio, a chi li ritenga retaggio del passato.

Il concetto di iniziazione, ci è trasmesso direttamente dai cosiddetti riti di passaggio dei popoli primitivi e dagli antichi misteri egizi e greci mutuati, successivamente, nell’alchimia e nell’esoterismo in genere. In un certo senso, può parlarsi di iniziazione anche in ambito psicologico allorché si affronta un mutamento di stato del proprio essere o modo di vivere conseguente ad una crisis interiore (nel senso etimologico del termine, separazione). Ma il concetto di iniziazione lo si trova anche in molti moduli narrativi (es. le favole e i poemi classici) in cui vi si incontrano costantemente tematiche come le prove da superare, i viaggi da affrontare, la ricerca di qualcosa di prezioso, la scoperta di essere una persona diversa da quella iniziale e la finale conseguente ri-nascita (analogia con il nomen).

In un particolare momento della sua vita, colui che si appresta all’iniziazione, il bussante o postulante che dir si voglia, avverte nel suo intimo una “chiamata” a cui, da quel momento, non riesce più a sottrarsi (nella religione prende il nome di “vocazione”). Egli avverte una costante inquietudine, un senso irresistibile di vuoto[1] o carenza finché non interviene una “risposta” che contiene una definitiva demarcazione: si abbandona il vecchio uomo e si dà vita ad un nuovo se stesso (ancora un’analogia con il nomen).

Con l’iniziazione non si va incontro ad una trasformazione in qualcosa di diverso da sé, di estraneo, ma è la scoperta del proprio vero sé, o meglio è un ricordarsi chi si è realmente e che, fino a quel momento, ci era sconosciuto, celato. Sotto questo aspetto, ha senso paragonare l’iniziazione all’apotheosis, cerimonia di origine ellenica durante la quale i romani divinizzavano un eroe defunto. In questo caso il defunto sarà il vecchio uomo che non riconoscendosi più nelle sue vesti, con eroicità abbandona se stesso per un nuovo modo di essere:Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo” (Gv 8:23).

Fino ad ora si è tracciata l’esperienza iniziale che connota colui che si appresta al cambiamento dello stato d’essere che comporta ogni iniziazione. Ma vediamo più da vicino cosa comporta l’iniziazione, e specificatamente l’iniziazione Martinista.

L’iniziazione deve essere intesa non come un inserimento rituale in una struttura esoterica, ma come una decisione personale, un atto di volontà, di intraprendere una via che si sente propria in un dato momento della propria vita, avvalendosi dell’esperienza e degli insegnamenti del proprio iniziatore, il quale è cronologicamente in vantaggio rispetto all’iniziato e pertanto in grado di spianare la strada all’interessato. E questo, in sintonia con l’adagio ermetico che quando l’allievo è pronto, il Maestro si manifesta. In questa situazione l’iniziatore rappresenta un ponte fra l’iniziato e l’Ordine, il quale può essere considerato come uno degli infiniti raggi di un cerchio, tutti differenti, magari di poco, dai precedenti e dai successivi, ma tutti conducenti al punto centrifugo dell’asse centrale della ruota. L’iniziatore, in quanto tale, sarà in grado di fornire tutte le risposte alle istanze più intime e pressanti del candidato, ma occorre tenere a mente chele uniche risposte davvero esaurienti è possibile rinvenirle solo dentro di sé, via via che i veli delle tenebre si sollevano, tramite l’esperienza, la modestia, lo studio e l’applicazione pratica (tutte qualità di non poco conto).

Con l’iniziazione il proprio ego si annichilisce, la propria personalità, la propria maschera o personalità posticcia viene a cessare di esistere, e l’individuo si rinnova nella vita universale, senza egoismi, egotismi, meschinità o piccolezze, elementi che contraddistinguono la menzogna del vivere quotidiano. Nel profondo dell’iniziato, sebbene egli viaggi verso la perfezione, oltre al bruciante desiderio di conoscere - poiché più si procede sulla via e più si capisce di non capire - esiste un luogo estremamente remoto, ed estremamente difficile da raggiungere con qualsiasi formula o rituale (portiuncola interiore), in cui risiede il desiderio di partecipare della vita universale riconducibile all’Essere Supremo e Immanifesto (indiamento). Ottenuta l’iniziazione tutto diventa possibile, cioè, è bene precisarlo, tutto è in potenza, ma occorre renderlo in atto, attraverso la laboriosa opera dell’autoinspezione o metodo di investigazione soggettiva, durante la quale “il dragone ermetico mette le ali e diviene anfibio, capace di vivere in terra e staccarsi da terra[2]”.

Il rito consente al singolo operatore di ottenere nel suo laboratorio ogni sorta di elemento, forza ed energia, perfettamente controllati sia sotto il profilo della purezza che della quantità e della qualità. È superfluo dire che si sta discorrendo di riti e iniziazioni rimandanti a strutture esoteriche regolari e tradizionali e il Martinismo vi rientra appieno, a maggior ragione perché, come abbiamo già avuto modo di esprimerci in altra sede[3], il Martinismo si configura essenzialmente in un rapporto binario fra iniziatore ed iniziato. Il percorso Martinista, a differenza di quello di altre strutture iniziatiche, è caratterizzato dalla “complicità” che si instaura fra iniziatore e iniziato e grazie a questa conoscenza reciproca l’iniziatore riesce a cadenzare quegli strumenti maggiormente adatti alla struttura animica dell’iniziato, strumenti intesi come mezzi e non fine (è bene ricordarlo), che serviranno a quel difficile, sì, ma non impossibile, compito di auspicata rigenerazione e reintegrazione.

Hic et nunc.



[1] In proposito, il G::: M::: P:::, Giovanni Aniel ci ricorda: “ … è un farsi vuoto affinché la pienezza dell’Incondizionato cominci a fluire in sé.

[2] Pietro Negri, “Sub specie interioritatis”, in UR. Rivista di indirizzi per una scienza dell’Io, Roma 1927, anno I, n.1, pp.1-6.

[3] Filippo Goti, Martinismo e Via Martinista, Edizioni Lulu, 2015, p.9.