LA PAURA

ELENANDRO XI

 

Amati Fratelli e carissimi amici,

Vorrei spendere, in queste scarne righe, alcune riflessioni attorno alla paura; argomento assai consono alle strane contingenze di questo infausto periodo.

Sicuramente è possibile leggere la paura sotto molteplici prospettive (la paura per la salute, la paura per il futuro incerto, la paura per la sicurezza dei figli, la paura legata ai viaggi o ai mezzi di locomozione, la paura legata ad eventi incerti, ecc..), ma sicuramente possiamo affermare che essa a livello della singola persona è un'emozione; un qualcosa che non solo ci trascina fuori dal nostro centro di gravità interiore, ma che traveste e stravolge la nostra percezione del mondo esteriore. La paura è in definitiva una delle tante maschere di cui l'io ama vestirsi per esercitare quel potere ipnotico che lega gli uomini alla monotona e ripetitiva contingenza del quotidiano. In un eterno presente sospeso fra l'ansia di un futuro minaccioso ed indecifrabile ed il rimpianto per un passato, che per quanto triste è ad esso preferibile. La paura, nelle sue molteplici forme di ansia/fobia/rimpianto/frustrazione, ci blocca come una ferrea catena fisica e, soprattutto, psicologica.

La paura a livello di massa, questo ventre molle e privo di ragione, è potente strumento di controllo e di indirizzo necessario per tenere il gregge nel recinto e per condurlo verso nuovi pascoli. Attraverso la paura sono imposte alla massa, agendo ed amplificando quanto essa maggiormente teme, restrizioni e privazioni che in tempi “normali” non sarebbero ipotizzabili e che successivamente sembreranno ovvi e necessari.

Invero la paura percuote e scuote, inducendo alcuni a fuggire lontano ed altri a rimanere immobili innanzi all'accadimento ritenuto malvagio e nocivo; ecco quindi che i veri nemici della ragione e della nostra capacità di osservare degnamente i fenomeni interiori ed esteriori sono la paura ed il veleno stordente che essa inietta in noi.

Per una presa di coscienza integrale è necessario interrogarsi: di cosa abbiamo paura? Scopriremo, scavando nelle profondità della nostra anima e rifuggendo da stereotipate risposte, che la ragione profonda, se di ragione possiamo qui parlare in tale triste contesto, è la morte. Ogni paura, dalla più misera alla più angosciante, trova radice nell’immagine del momento in cui moriremo. Essendo la persona priva di risposte attorno ai grandi quesiti della vita (e della morte), e rimuovendoli dalla propria sfera cognitiva, essa è tramortita e annichilita innanzi ad ogni cambiamento, presunto o reale, del proprio quotidiano; esso, muto o chiassoso testimone, ricorda l'ineluttabile procedere verso il momento che sancirà la fine del tempo terreno; esso è il preludio della fine di ogni recita, e l’assenza di certezza per un altro canovaccio, spartito e palcoscenico.

Se questo è l'uomo naturale e la sua risposta, o meglio la sua non risposta, innanzi alla paura, quale dovrebbe essere la voce dell'iniziato innanzi ad essa?

Poiché l'iniziato vorrebbe, uso il condizionale non in riferimento a quanto è auspicato ma in relazione all'effimera sostanza di innumerevoli iniziati, essere individuo e non persona.

Poiché l'iniziato vorrebbe perseguire l'equanimità innanzi alle cose di questo mondo, ovvero non lasciarsi distrarre dal clangore, essere in perfetto equilibrio malgrado le alternate movenze del piano e scorgere la luce laddove vi è la tenebra.

Poiché l'iniziato, quello autentico, comprende che la reale rinascita necessariamente passa attraverso la grande morte dell'Io.

Ecco fratelli miei che vi invito a perseverare nelle vostre pratiche rituali individuali, ad esercitare il dono della pazienza e dell'ermetico isolamento innanzi alle contagiose eggregore di questo mondo, ad erigere attorno a voi un invalicabile e granitico muro dove il cemento, ed il vostro cimento, è forgiato dalla presenza a voi stessi e dalla consapevolezza che l’iniziazione è la vita vissuta ed esperita consapevolmente. Non è forse vero che il vostro rituale associativo, e successivamente ogni altro rituale iniziatico, è muto testimonio della morte? Non è forse vero che il reale significato di un percorso iniziatico è la preparazione alla prima morte, la necessaria dissoluzione dell’involucro grossolano e di quello psicologico? Questa la testimonianza, questo il ricordo e questo l’indirizzo fra maschera e mantello che dovete adottare.

Fratelli miei, quanto in precedenza suggerito vi è richiesto non tanto dal vostro Grande Maestro, ma dal giuramento che voi stessi avete prestato alla parte più nobile e pura di voi stessi: la vostra splendente scintilla pneumatica.

Editoriale alla rivista Ecce Quam Bonum - 21 Marzo 2020 -

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