La Rettitudine
 Ermes S:::I:::I:::
 

 

Uno dei principi iniziatici più importanti, essendo una vera e propria virtù, è la La Rettitudine: una irruzione di razionalità in un ambiente, per definizione irrazionale, animato dall'Amore verso il divino.

 Per Aristotele, filosofo e scienziato del IV secolo a.C. è infatti la retta ragione e la considera un sinonimo di saggezza.
La rettitudine richiede un ragionamento sempre sensato e logico strettamente legato al contesto nel quale si esercita e pertanto richiede un notevole sforzo intellettivo per mantenere una visione in grado di raccogliere e interpretare nella giusta direzione simboli e significati.

 Giovanni Duns Scoto, filosofo e teologo francescano di origine scozzese del XIII secolo, definì rectitudines le proposizioni teologiche che indirizzano il retto comportamento degli esseri umani intenzionati ad avvicinarsi a Dio.
In questa accezione, il termine deve essere interpretato non come un atteggiamento esteriore bensì come una impostazione di tutto l'essere nella sua interezza a cominciare dalla mente che produce il ragionamento.

 Leone Ebreo, medico e filosofo portoghese del XV secolo, nel suo libro Dialoghi di amore, trattando di Ermes scrisse in italiano:
La verga sua è la rettitudine de l'ingegno che dà ne le scienzie, e il serpente che la circonda è il sottil discorso che va intorno al retto ingegno.
E' interessante osservare a tale proposito che proprio il pianeta Mercurio, nome latino del greco Ermes, non ha un andamento costante con la sua orbita che oscilla secondo il fenomeno astronomico chiamato precessione del perielio tale da sembrare percorrere la volta celeste con andamento serpentiforme perché nella sua rivoluzione non passa mai nello stesso punto presentando all'osservatore terrestre tre moti retrogradi apparenti ogni anno.

 Nel VI secolo a.C. i Pitagorici, a confine tra religione e filosofia, la identificarono la rettitudine nel senno, rappresentato dal segmento: la linea più breve che congiunge due punti.
Un tema esoterico questo che produce effetti importanti anche nel mondo profano in quanto esprime bene il concetto, affatto astratto, di mezzo e di fine. Sembrerà strano ma i più trovano difficoltà ad identificare questi due elementi all'interno di un campo specifico.

Per fare un esempio pratico, se devo andare in bicicletta al mercato a fare la spesa per preparare la cena sarà facile identificare nella bicicletta il mezzo e la spesa per la cena come il fine. E' altrettanto chiaro che se trovo divertente andare in bicicletta e mi trastullo girellando ovunque per tutto il pomeriggio e appagato dell'attività fisica all'aria aperta me ne torno a casa felice e contento, ma la spesa non l'ho fatta e non posso preparare cena e quindi non posso cenare e non cenando non mi potrò nutrire. Se questo comportamento dovesse persistere anche a pranzo e alla cena successiva col medesimo criterio, perdonatemi l'eccesso, il rischio è quello di morire di fame perché il mezzo è diventato fine e il fine è andato perduto.

Il tema della rettitudine e dei tre elementi del segmento con i due punti e la linea assume così un identico valore in ogni nostro comportamento. Il primo punto sarà quello di partenza che identifica il soggetto nel tempo e nello spazio:
il punto A, ovvero quello di partenza che si può nominare come quello dell'Intenzione e in quanto tale dovrà essere fisso e non mobile. Il nostro punto di partenza dovrà essere chiaro per sapere da dove veniamo.

Il segmento sarà il mezzo attraverso il quale riesco, con misura e quindi con l'energia necessaria, a raggiungere lo scopo, la meta, l'obiettivo che a seconda della lontananza dal punto di partenza potrà essere più o meno faticoso e costituisce l'emblema della Volontà;
Il punto B sarà quindi l'obbiettivo da raggiungere, il Fine, e anch'esso non potrà essere in un punto a caso dello spazio ma bene identificato e soprattutto fisso. Il nostro obbiettivo non dovrà mai essere volubile e non potrà avere scadenze temporali.
Questo non toglie che, una volta raggiunto questo punto B, non si possa ripartire per una nuova meta che potremo inquadrare da questo nuovo punto di vista con il nuovo atteggiamento interiore che abbiamo assunto: il nostro fine sarà proprio per questo motivo l'Azione.
Partendo da una Intenzione e animati dalla Volontà possiamo raggiungere il nostro obbiettivo che sarà proprio l'Azione o meglio l'inizio di un nuovo percorso che avrà la stessa caratteristica di quello precedente proprio come nei gradi del martinismo  secondo il Sovrano Ordine Gnostico Martinista: Associato Incognito, Iniziato Incognito, Superiore Incognito e Superiore Incognito Iniziatore.
Ogni grado si origina con un rituale, di associazione per il Primo Grado, di iniziazione per il Secondo Grado e di Iniziazione finalizzata alla elevazione per il Terzo Grado e il Quarto Grado. Per ognuno si deve definire il punto di partenza con la ferma Intenzione di fare un percorso che ha strumenti e finalità chiare modulate a seconda delle potenzialità animiche e spirituali acquisite durante i vari percorsi.
Contrariamente a quelli strettamente filosofici, nei quali sarà la conoscenza a condurre alla operatività come nelle varie massonerie, in un percorso teurgico si deve dare la priorità alla operatività rituale giornaliera e lunisolare che condurrà alla conoscenza. Sarà proprio questa continuità ad aprirci alla consapevolezza spirituale e ad ottimizzare l'energia dell'anima generatrice della nostra forza interiore.

Nel IV secolo a.C. il mito olimpico di Eracle, Dio in terra ed eroe ellenico, narra di una prova consistente nell'uccidere il leone Nemeo dalla pelle invulnerabile. Come si conviene della narrazione dei miti ellenici la trama è complessa e ricca di dettagli con elementi di grande valore simbolico ed esoterico per consegnare un messaggio che ci insegna a soffocare l'unico istinto animale che abbiamo mantenuto nella nostra umana evoluzione: l'istinto di autoprotezione che si oppone ad ogni variazione dell'essere difendendone lo status quo come una belva.
Eracle soffoca il leone e insegna agli umani che si può cambiare proprio solo se non temiamo il cambiamento. Toglie la pelle invulnerabile dalla bestia e se mette sulla spalle. Da quel momento non si dovrà più voltare indietro perché avrà la schiena protetta da ciò che aveva sconfitto; se vuole compiere una reale evoluzione dell'essere dovrà guardare solo avanti e affrontare il futuro con coraggio a petto scoperto esponendo il plesso cardiaco, la grande caverna...  dove procedere per ascendere o discendere nei nostri mondi intimi (da Uomo Riflesso Sacro di Filippo Goti)
perché i conti con il passato sono stati chiusi con questa prima prova, senza la quale ogni impegno di forza e mente sarebbero stati inutili e fallimentari.

I nostri pensieri non possono avere due padroni. Non possiamo guardare avanti e guardare indietro contemporaneamente senza produrre pensieri bicefali e scatenare conflitti interiori impossibile da dirimere. Processi cognitivi controversi all'origine del caos interiore che affligge sempre più il mondo profano che crede di poter comprare ogni cosa  e non capisce perché è sempre più confuso e angosciato: la pace interiore ha un valore che non ha prezzo e solo la preghiera e l'affidamento al Dio del Pleroma la può donare.

 Ecco che sorge così un nuovo significato del  termine Rettitudine che è quello per il quale non ci si può voltare indietro perché il nostro obbiettivo sarà sempre e comunque di fronte a noi.

Quanto è posto alle tue spalle già lo conosci, volgi adesso lo sguardo ad una Nuova Vita ( nota di copertina del libro Uomo Riflesso Sacro di Filippo Goti)

 Nel messaggio cristiano del Vangelo secondo Luca (9, 51-62) possiamo leggere : Nessuno che mette mano all'aratro e si guarda indietro è adatto al Regno di Dio.
L'evangelista Luca cita Gesù Cristo e chiarisce con una metafora meglio di chiunque altro questo concetto in quanto la capacità di essere retto, dell'operare con rettitudine è rappresentata dal contadino che ara il suo campo e che se vuole fare un buon lavoro sul proprio terreno di cui dispone, deve sempre guardare avanti e non distogliere lo sguardo dal punto a cui deve arrivare per girare l'aratro e compiere una nuovo e diritto solco. Un campo bene arato avrà così linee rette perché solo in questo modo solcherà totalmente la sua superficie e sarà adatto ad essere seminato.
E se ben seminato con buoni semi darà un buon raccolto.