Attorno alla Natura del Rapporto Iniziatico Martinista
V.M. Elenandro XI


"Il termine greco che sta ad indicare il fato, moira, significa parte assegnata, porzione. Così come il fato ha solo una parte in ciò che succede, allo stesso modo il daimon, l'aspetto personale, interiorizzato della moira, occupa solo una porzione della nostra vita, la chiama, ma non la possiede." (James Hillman)

 

La natura del rapporto iniziatico martinista differisce da quella di altre strutture iniziatiche occidentali. Il Superiore Incognito Iniziatore quando impone le mani sulla testa del recipiendario non agisce in virtù di un potere delegato da un'assemblea di suoi pari, e non inizia in nome e per conto di una qualche universalità, ma esercita pienamente, ed arbitrariamente, un potere che coincide con la sua persona.

L'essere egli stato regolarmente e tradizionalmente inserito in una catena martinista, il percorso formativo che egli ha esperito nel corso degli anni, la sensibilità che ha maturato nel raffrontarsi con i fratelli attorno al corretto impiego degli strumenti dell'Opera, lo rendono detentore di un reale potere iniziatico. Potere che egli amministra e impartisce in funzione e nei modi previsti dalla struttura a cui appartiene. Ecco perchè è da biasimare una certa tendenza, che dovrebbe essere estranea ad un reale contesto iniziatico, che vuole che la luce sia comunque concessa a chiunque la richieda. Possiamo capire una tale inclinazione, comunque degenerata, in quei contesti dove il martinismo è ridotto a mero discorso, dove gruppi di amici si riuniscono attorno a tre lumicini accesi a parlare dandosi il tono di esoteristi, in attesa dell’agape susseguente. E’ assolutamente biasimevole in quelle realtà dove il martinismo è ancora, correttamente inteso, come operativo. Dove si pretende di erudire all’arte e agli strumenti dell’arte, ed è quindi richiesto al neofita il possedere determinate qualifiche. L’evidenza porta a considerare che l’assenza di esse equivale a trattare il diverso da eguale, e l’eguale da diverso, recando doppio danno alla persona e alla comunità.

 

L’iniziatore è tale grazie alla costanza nella pratica dei rituali individuali (giornaliero, di purificazione mensile, di luna piena, e successivamente equinoziali e solstiziali), che hanno permesso la progressione nel lavoro di rettificazione e reintegrazione. La doverosa attesa immerso nelle tenebre, il disvelamento della luce, e il colmare il vuoto separativo con essa, lo hanno reso sacerdote di se stesso e forte anello della catena eggregorica giammai interrotta. In virtù di questa profonda comprensione, dell'aver trasmutato tali accadimenti in esperienza, può egli stesso aggiungere nuovi anelli alla catena martinista. L'assenza di tali requisiti sostanziali e formali impediscono ogni passaggio spirituale ed energetico, e relegano egli, così gli sventurati da lui associati, ad un mondo di illusione e basso psichismo. In altri termini si depone una maschera profana, solamente per calarsi sul volto una maschera ancora più terribile ed insidiosa: quella della falsa iniziazione.

Dobbiamo quindi guardare con sospetto certi impetuosi avanzamenti, o il fiorire improvviso, similare alla generazione spontanea, di iniziatori. In quanto spesso mancanti delle qualifiche sostanziali, se non addirittura di quelle formali, necessarie alla coincidenza fra funzione e ruolo che tanto hanno la pretesa di assumere ed esercitare. Vorrebbe la tradizione martinista che vi sia un certo lasso di tempo che deve intercorrere fra un grado e l'altro, e questo non per punire i meritevoli, del resto nei recessi dell'ego il mediocre sempre si ritiene più qualificato degli altri, ma solamente per dare modo che la giusta maturazione proceda rispettosa del ciclo lunisolare interiore. Alla Luna Nuova segue la Luna Piena, e tutto è compreso nel grande ciclo solare. Eppure osserviamo che molti non hanno atteso il tempo dovuto: vuoi per superficialità di taluni che hanno trasmesso quanto non dovevano trasmettere, vuoi a causa del commercio di patenti che è estraneo ad ogni cultura iniziatica degna di tale nome. Tale stato delle cose partorisce simulacri di iniziatori, privi di ogni qualifica sostanziale, impotenti nel trasmettere la reale iniziazione martinista. Privi del flusso spirituale ed iniziatico, essi legheranno in base al potere di fascinazione del proprio ego, e alla risonanza che esercita negli altri: dando inesorabilmente vita ad un rapporto più prossimo alla psicopatologia che all’iniziazione. E’ utile sottolineare che questa condizione è a loro ben nota, in quanto nessuno può mentire a se stesso, come è ben nota nel cuore e nella mente, se non completamente ottusi e sprovveduti, dei loro figlioletti. Purtroppo raramente gli uni e gli altri trovano le risorse morali e psicologiche per invertire la spirale del vuoto e dell’effimero in cui sono precipitati. Regola vuole che in ambito iniziatico ciò che è acquisito senza merito è inerte, quando non mortifero. Inerte perchè non collega alla fonte suprema da cui tutto ciò che è reale promana, mortifero in quanto tali personaggi sono succubi delle proprie peggiori porzioni psicologiche: la superbia, la gola, l’accidia, e l’invidia.

 

Tralasciando di scendere troppo in profondità nella melma dell'effimera apparenza, mutuata da altri ambiti inziatici, è necessario sottolineare che l'Iniziatore martinista è colui che pienamente si riconosce nel Servire e nel Sacrificare se stesso per la comunità fraterna. In ogni istante l'iniziatore si pone al servizio, come meglio crede ed in guisa della reale crescita dei suoi figli spirituali, delle esigenze della catena fraterna che egli stesso ha creato. Egli sacrifica il proprio ego, frapponendosi ad ogni profana istanza, cercando di condurre il fratello lungo la via del buono spesso costellata di rinunce, e di sofferenza, in quanto nessuna reale conquista è scevra dal sacrificio personale. Questa la sua missione, questo il suo dovere, questo il suo obbligo assunto con le sacre profferte durante l'elevazione. Altro non vi è, e non è possibile per nessun motivo uscire da tale perimetro.

 

Il reale iniziatore è colui che testimonia se stesso, in quanto egli stesso è il risultato del suo operare attraverso gli strumenti cardiaci, teurgici e sacerdotali che amministra e ha ricevuto.

 

Ovviamente se quanto sopra indicato è il percorso e il gravame del Superiore Incognito Iniziatore, parimenti l'associato deve essere in possesso di quei requisiti di minima in assenza dei quali non è possibile che il seme dell'iniziazione martinista possa sbocciare.

 

Riservando lo studio di questi elementi sostanziali ad un prossimo lavoro sull'identità martinista, mi limiterò a ricordare che il martinismo è un Ordine Iniziatico Cristiano, e quindi sarebbe necessario che il martinista fosse scevro da odio verso tale corrente spirituale. Duole nei fatti riscontrare in sedicenti martinisti, che afferiscono alla schiera dei fuori luogo, tanto livore per il Cristo che pure ha centralità nei nostri lavori. Ancora è doveroso sottolineare che deve esistere, nel recipiendario, una reale volontà di rettificazione interiore, volta alla reintegrazione. Nel martinismo non vi deve essere posto per colui che ritiene di aver già conquistato la vetta, per il solo convincimento psichico di essere ciò che non è. In conclusione in colui che si associa al martinismo vi devono essere, in potenza, tutte quelle qualità che fioriranno nei gradi superiori. Non vi è senso alcuno ad associare colui che sia privo di questi semi spirituali, visto che non possiamo agire su ciò che è assente o radicalmente dissonante. Collezionisti di medagliette, grembiuli, gioielli di loggia, farebbero bene a perseverare nei loro ambiti naturali, onde evitare di recare ulteriore danno al mondo iniziatico occidentale. Il quale ha avuto, e tanto ha, da soffrire proprio a causa di commistioni perpetrate da coloro che vivono l’iniziazione in un ambito esclusivamente psicologico.

 

Solamente con la presenza di elementi sostanziali e formali, nella giusta ed armonica misura, da parte dell'Iniziatore e del recipiendario si determina, e permette di essere fruttifero per entrambi, il rapporto iniziatico. Il quale non può essere il frutto di un costrutto mentale, effimero, stabilito a priori, ma, come tutte le relazioni umane, un qualcosa di dinamico, vitale, in perenne mutamento. Iniziatore e recipiendario mutano, e con essi muta il rapporto iniziatico. Il non avverarsi di ciò è indicativo di una situazione stagnante, di blocco, che il più delle volte degenera perdendo sostanza spirituale.

 

Ecco quindi che l'Iniziatore si riconosce nell'iniziato, e l'iniziato si riconosce nell'iniziatore. Tanto maggiore è questo rapporto, tanto più evidente sarà l'impronta dell'iniziatore che permetterà al meglio di sviluppare quelle qualità che in potenza sono insite nell'associato.

 

Da queste poche parole si evince che l'iniziazione martinista non è universale, ma ha in se elementi di peculiarità che afferiscono a due diversi punti di origine.

 

Il primo è rappresentato dalle specificità della struttura in cui il Superiore Incognito Iniziatore opera. La struttura rappresenta l’aspetto formale, teso a raccogliere l’eredità docetica ed operativa martinista, ed evidentemente ogni struttura articola in modo funzionale alle proprie esigenze questo insieme iniziatico. E’ necessario comprendere che ogni struttura inevitabilmente differisce dalle altre, in virtù delle linee iniziatiche detenute, della trasmissione rituale di cui è stata investita e di cui è punto di irradiazione, del governo eggregorico della Grande Maestranza, e dei rapporti e deleghe che legano i vari Superiori Incogniti Iniziatori ad essa. Incidentalmente sarebbe utile che il bussante si interrogasse a priori attorno agli elementi evidenti della struttura in cui desidera essere accolto, onde evitare, vista la varianza che sussiste, di trovarsi poi inserito in un percorso a lui dissonante. Come del resto colui che è sulla soglia dovrebbe ben valutare il bussante, onde preservare lui e l’Ordine da disarmonici rapporti, che spesso tracimano per sconfinare nell’umana recriminazione.

 

L’altro elemento è rappresentato dalla prospettiva e dalle sensibilità dell’iniziatore, dal modo con cui questi attualizza il corpus filosofico ed operativo che ha ricevuto, dal suo comunicare (avvicinare al sacro) ai figli spirituali. Per quanto possa sembrare ovvio, in genere si tende a dimenticare che il martinismo è un perimetro operativo e non una scuola psicologica invasiva, la formazione che vi si riceve verte sugli strumenti d’opera. E’ quindi perfettamente ovvio che ogni Iniziatore differirà in virtù dello snodarsi della propria vita, e dei talenti da esso detenuti. Questa è la vita, profana o iniziatica che sia, e non possiamo sfuggire all’azione plasmante delle forze interne ed esterne che tendono a fare di noi un qualcosa di unico. Possiamo indirizzare queste forze, schermarle, rettificare i nostri elementi, e tutto questo si traduce nel forgiare un uomo nuovo, ma comunque unico. Ricordiamoci come il Maestro Michelangelo vedeva la scultura nel blocco grezzo di marmo. Ogni blocco è qualcosa di unico, così come unica è la scultura. L’iniziato è colui che opera su stesso, con gli strumenti e l’arte che gli sono stati conferiti. Il genio è individuale e sempre difforme.

 

L’insieme di questi fattori, assommati alle qualità del recipiendario, rendono l’iniziazione martinista cosa unica. La quale si estrinseca in un rapporto biunivoco e dinamico fra iniziatore ed iniziato.

 

Ecco quindi, in conclusione, che il martinismo, o almeno ciò che io intendo con tale parola, non ha come obiettivo quello di fare identico meraviglioso fiore da ogni seme, ma permette che da ogni diverso seme, nella pluralità che è ricchezza, splenda il miglior fiore possibile.

Per ottenere ciò l’iniziatore non deve prevaricare, ma assecondare. Così come l’associato non deve seguire stoltamente l’altrui passo, ma comprenderne la direzione.