Il Sacrificio
 Immanuel S:::I:::I:::
 

 

I significati che il termine sacrificio reca con sé sono nell’ambito profano quasi sempre legati ad accezioni limitative, mentre nell’ambito religioso rievocano azioni sanguinarie. E’ bene dunque partire dall’etimologia del termine in questione, infatti il termine latino è sacrificium, derivato a sua volta da sacrum facere, ovvero rendere sacro. Il sacrificio è innanzitutto l’atto di portare nel perimetro del sacro ciò che è profano. E’ pur vero che nei tempi passati, in particolare antecedenti allo sviluppo del Cristianesimo e dell’Islam, l’atto sacrificale era un sacrificio di sangue, l’uccisione di un animale per “renderlo sacro” agli occhi della divinità, con scopi vari, tra i quali sicuramente spiccano le richieste di esaudimento o espiazione di colpe, sia individuali che comunitarie. La pratica del sacrificio di sangue, tipica anche dell’antica religione ebraica, permane in alcuni culti ancora vivi, come in certe forme di Induismo e in alcune religioni sincretiche caraibiche, oltre che in forme di religiosità animistica e totemica. Per inciso, il sacrificio non è intenso solo come cruento, ma anche relativo all’offerta cerimoniale sotto forma di vegetali o altro materiale, a volte anche feticci di varia natura o oggetti.

 

Nel perimetro della cultura cristiana e occidentale, il sacrificio con le precedenti attribuzioni viene visto come una pratica la cui estraneità è insita nell’origine stessa della forma religiosa. Il supremo sacrificio viene infatti compiuto da Gesù Cristo, che si offre sulla Croce per espiare i peccati dell’umanità intera, chiamato anche l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Tale avvenimento, che costituisce la mitopoiesi fondativa del Cristianesimo, segna teologicamente il passaggio dall’Antica Alleanza, stipulata da Dio con il popolo ebraico tramite Mosè sul Sinai nel racconto del roveto ardente, alla Nuova Alleanza, stipulata dal sacrificio volontario di Gesù, che pone fini ai vecchi sacrifici di sangue e instaura il sacrificio incruento attraverso l’istituzione del sacramento eucaristico, ripetizione del sacrificio della croce in una dimensione sacrale e rituale, senza spargimento di sangue. L’azione del sacrificio incruento viene profetizzata figura vetero-testamentaria di Melchisedec, considerato precursore di Gesù Cristo nell’atto di offrire pane e vino. Melchisedec inoltre risulta essere re e rappresentante di un ordine sacerdotale distinto dalla classe dei Leviti, Gesù stesso viene definito da San Paolo, nella Lettera agli Ebrei, “Sacerdote in eterno dell’Ordine di Melchisedec”. In Genesi, pur non essendo annoverato tra il popolo ebraico, Melchisedec viene onorato da Abramo, e nell’apocrifo Libro di Enoch la nascita di Melchisedec presenta tratti miracolosi paragonati alla nascita miracolosa di Gesù. Nell’esoterismo occidentale moderno la figura di Melchisedec è assurta ad archetipo del sacerdozio universale, il sacerdote eterno rievocato nel Salmo 110.

 

Nei nostri perimetri è importante dunque comprendere come il sacrificio riacquisti pienamente il significato della sua etimologia, ovvero il rendere sacro, ma nel senso trascendente attribuito nel dispiegarsi del Culto Divino attraverso i millenni della religio cristiana, in tutte le sue sfaccettature. Non parliamo quindi di un sacrificare propiziatorio, ma di un riproporre nell’immanente lo scaturire della grande singolarità che ribalta l’ordine cosmico meccanico e demiurgico, sconfigge la morte, la materia, le limitazioni, e consente all’eternità di trasfigurare e transustanziare la materia decaduta e illusoria. Se la teologia cattolica e ortodossa è piuttosto chiara in tal senso, gli echi a carattere generale dell’idea che la luce divina distrugge le ombre della materia ritorna costantemente anche nelle interpretazioni delle correnti gnostiche cristiane, ed è chiaro che l’evento del mistero cristiano per eccellenza, cioè il sacrificio (reale o apparente a seconda delle interpretazioni) seguito dalla resurrezione, assorbe e rivitalizza in sé tutti i precedenti tentativi di altri culti misterici di dare un significato allo scaturire della Luce Divina, del Fuoco Sacro, nella manifestazione, quella che noi conosciamo come Formula Pentagrammatica. La via iniziatica legata allo svolgersi del Culto Divino intorno alla Formula Pentagrammatica perpetua quindi il significato profondo, atemporale dell’eterno sacrificio incruento degli appartenenti all’Ordine di Melchisedec, il sacerdozio eterno che non contraddice la religio, ma agisce al di là delle specifiche forme.

 

Nel percorso proposto all’intento dei nostri perimetri, spetta alla classe sacerdotale compiere i sacrifici incruenti e amministrare la pienezza del culto divino. Il sacerdote è il sacrificatore del Culto Divino, colui che dopo essersi purificato e avere invocato le intelligenze superiori del Settenario tracciandone i glifi luminosi, distrugge la morte, spezza l’illusione del perpetuo moto degli astri e dei cieli, squarcia il velo del Tempio e assiste alla trasfigurazione del Logos, del Cristo che infonde il Fuoco Divino sui bracci della croce, ne assume i connotati e agisce poi nei mondi inferiori, divenendo viatico della Luce come sacrificatore, riproponendo in eterno nel Culto Divino il sacrificio supremo del Cristo che entra nel mondo per purificarlo con il Fuoco.

L’azione rituale del sacerdote riguarda il ciclo solare in primis, ovvero i grandi esorcismi equinoziali, che scacciano le tenebre, e i grandi riti sacerdotali solstiziali, ma prosegue negli atti consacratori a beneficio di tutti i membri dell’Ordine, e perpetua la propria azione nel ruolo dell’Iniziatore, che consegna i crismi del sacerdozio ad altri che siano pronti a riceverli, perpetuando così la catena e la successione ininterrotta dei Sacrificatori e Sommi Sacerdoti del Culto Divino.